El periodista Domenico Quirico, liberado de Siria: « He encontrado el país del Mal”

Esto es un testimonio muy informativo de la situación en Siria entregado por alguien que entró en el país apoyando al Ejército Libre de Siria en contra de un «Estado mafioso», como él mismo lo definió. A ver si lo encontramos el resto en castellano.

Domenico Quirico, journaliste du quotidien "la Stampa", habitué des théâtres de guerre, avait été enlevé en Syrie début avril.

Domenico Quirico, quien fue secuestrado por cinco meses en Siria dijo «conocí el país del Mal», estuvimos «encerrados en pequeños cuartos, con las ventanas cerradas, a pesar del calor agobiante», agregó.

Afp 
Publicado: 10/09/2013 09:35

Roma. El periodista italiano Domenico Quirico fue tratado «como un animal» y sometido a «dos simulacros de ejecución» durante los cinco meses que estuvo secuestrado por los rebeldes de Siria, según dijo el enviado especial del diario La Stampa, liberado el domingo pasado.

«Conocí el país del Mal», declaró Quirico, que padeció el cautiverio junto al belga Pierre Piccinin, que el lunes hizo declaraciones similares.

«Incluso los niños y los viejos intentaron hacerme mal. Lo digo quizás en términos un poco demasiado éticos, pero en Siria, conocí el país del Mal», dijo el ex rehén italiano.

Estuvimos «encerrados en pequeños cuartos, con las ventanas cerradas, a pesar del calor agobiante», agregó.

«Nunca en mi vida había sentido esa humillación cotidiana, que consiste en ser impedido de hacer las cosas más simples» de la vida cotidiana, dijo.

En dos ocasiones, me pusieron «la cabeza contra la pared» y «me pusieron el cañón de un arma en la sien», dijo.

en francés:  http://www.lemonde.fr/a-la-une/article/2013/09/10/j-ai-rencontre-le-pays-du-mal_3473937_3208.html

en italiano: http://www.lastampa.it/2013/09/10/esteri/il-racconto-di-domenico-quirico-io-tra-bombe-fughe-e-umiliazioni-zkKhtCQSKkvLZOxHfADAlO/pagina.html

La prigionia lunga 152 giorni:
«Credevo mi avrebbero ucciso,
la Siria è in mano al demonio»
DOMENICO QUIRICO

La notte era dolce come il vino: l’8 aprile ad al Qusayr, Siria, per raccontare un altro capitolo della guerra siriana, dove la Primavera della rivoluzione sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo. E invece sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti. L’ostaggio piange e qui tutti ridono del suo dolore, considerato come prova di debolezza. La Siria è il Paese del Male; dove il Male trionfa, lavora, inturgidisce come gli acini dell’uva sotto il sole d’Oriente. E dispiega tutti i suoi stati; l’avidità, l’odio, il fanatismo, l’assenza di ogni misericordia, dove persino i bambini e i vecchi gioiscono ad essere cattivi. I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?

Il racconto integrale

Siamo entrati in Siria il 6 aprile con il consenso e sotto la protezione dell’Armata siriana libera, come tutte le volte precedenti. Ho cercato di raggiungere Damasco e di verificare di persona le notizie sulla battaglia decisiva di questa guerra civile, come faccio sempre. Ma ci hanno detto che avremmo dovuto aspettare alcuni giorni prima di poter raggiungere la capitale siriana e così abbiamo accettato la proposta di andare in una città che si chiama Al Qusayr, vicina al confine libanese, che in quei giorni era assediata da Hezbollah, fedele alleato del regime di Assad.

Siamo arrivati ad Al Qusayr con un convoglio di rifornimenti della stessa Armata siriana libera, un lungo viaggio nella notte a fari spenti passando sulle montagne perché il regime controllava la strada. Siamo stati bombardati da un Mig vicino a un Ticunin, un mulino dell’epoca bizantina. Eravamo sul fiume Oronte, in una zona in cui nella storia gli imperi si sono costruiti ma si sono anche sgretolati. Lì si è combattuta la battaglia fra Ramses II e gli Ittiti. Lì la storia è ovunque, nelle colline, nelle pietre. La città era già devastata e distrutta dai bombardamenti dell’aviazione e così la sera successiva abbiamo deciso di tornare dal luogo in cui eravamo partiti per sapere se era possibile intraprendere il viaggio verso Damasco. fidati. Invece probabilmente sono stati loro a tradirci e a venderci. All’uscita della città siamo stati affrontati da due pick-up con a bordo uomini con il viso coperto. Ci hanno fatto salire sui loro mezzi, poi ci hanno portato in una casa e ci hanno picchiato sostenendo di essere uomini della polizia di regime. Nei giorni successivi invece abbiamo scoperto che non era vero, perché erano dei ferventi islamisti che pregavano cinque volte al giorno il loro Dio in modo flautato e dotto. Poi, il venerdì hanno ascoltato la predica di un predicatore che sosteneva la jihad contro Assad. Ma la prova decisiva l’abbiamo avuta quando siamo stati bombardati dall’aviazione: era chiaro che quelli che ci tenevano in ostaggio erano ribelli.

L’emiro Abu Omar

L’ideatore e capo del gruppo che ci teneva prigionieri era un sedicente emiro che si chiama, anzi, si fa chiamare, Abu Omar, un soprannome. Ha formato la sua brigata reclutando gente della zona, più banditi che islamisti o rivoluzionari. Questo Abu Omar copre con una vernice islamista i suoi traffici, le sue attività illecite, e collabora con il gruppo che successivamente ci ha preso in carico, Al Faruk. Al Faruk è una brigata molto nota della rivoluzione siriana, fa parte del Consiglio nazionale siriano, e i suoi rappresentanti incontrano i governi europei. È stato creata da un generale ribelle che ha arruolato combattenti fra la gente più povera di Homs, fra i più dimenticati dalla mafia di regime. L’Occidente si fida di loro ma ho imparato a mie spese che si tratta anche di un gruppo che rappresenta un fenomeno nuovo e allarmante della rivoluzione: l’emergere di gruppi banditeschi di tipo somalo, che approfittano della vernice islamista e del contesto della rivoluzione per controllare parte del territorio, per taglieggiare la popolazione, fare sequestri e riempirsi le saccocce di denaro.

La prima prigione

Inizialmente ci hanno tenuto in una casa di campagna alla periferia della città di Al Qusayr. Siamo rimasti lì per una ventina di giorni. Poi è accaduto il primo fatto terribile di quella che io chiamo la matrioska di questa storia, un evento all’interno di un altro evento: Hezbollah ha attaccato le posizioni dei ribelli e l’edificio in cui eravamo prigionieri è diventato la prima linea. È stato bombardato e attaccato. A quel punto ci hanno portato in un’altra casa, all’interno della città. Ma era come se il destino si accanisse contro di noi e continuamente ci ponesse nuovi terribili scenari, come se ci ricacciasse sempre indietro, sempre più lontano dalla prospettiva di essere liberati. Alla fine anche questa casa è stata attaccata e per una settimana siamo stati affidati ad una brigata di Jabat Al Nusra, l’Al Qaeda siriana. È stato l’unico momento in cui siamo stati trattati come esseri umani, per certi aspetti persino con simpatia: ad esempio ci hanno dato da mangiare le stesse cose che mangiavano loro. I qaedisti in guerra fanno una vita molto ascetica e sono dei guerrieri radicali, islamisti fanatici che si propongono di costruire uno stato islamico in Siria e poi in tutto il Medio Oriente, ma nei confronti dei loro nemici – perché noi, cristiani, occidentali, siamo loro nemici – hanno un senso di onore e di rispetto. Al Nusra è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche degli americani ma sono gli unici che ci hanno rispettato. Poi siamo tornati nelle mani di Abu Omar.

La fuga da Al Qusayr

Al Qusayr era sotto assedio e diventava ogni giorno sempre più piccola, veniva demolita mattone su mattone. All’inizio di giugno l’assedio stava per finire con la vittoria degli Hezbollah. Intorno al 9 del mese tutte le varie fazioni della ribellione (fra cui anche la «katiba» di Abu Omar), hanno deciso di sfondare le linee nemiche insieme alla popolazione per provare a fuggire in un altro luogo della Siria. Incredibilmente ce l’hanno, ce l’abbiamo, fatta. È stata un’epopea straordinaria e terribile, con uomini, donne, bambini, handicappati e vecchi che hanno marciato a piedi per dodici ore, per due notti consecutive, attraverso la campagna. Erano 5-6 mila persone. Durante la marcia sui ciottoli questa folla faceva un rumore sordo, come se a spostarsi fosse un unico corpo. Quando i razzi lanciati dai soldati del regime per permettere all’artiglieria e alle mitragliatrici di colpirli illuminavano la scena, la campagna diventava abbagliante e tutte queste migliaia di persone si gettavano a terra improvvisamente creando un silenzio incredibile. Subito dopo, quando i razzi, che scendono lentissimi, si spegnevano per terra, tutta la folla si rialzava e riprendeva il cammino lasciando dietro di sé la catena dei morti.

Pesche acerbe

Alla fine della prima notte l’esercito è riuscito a bloccare l’avanzata e tutte queste persone si sono disperse nei frutteti e nei campi, senz’acqua e senza cibo, aspettando un’altra notte per tentare di proseguire. Non c’era nulla da mangiare. C’erano solo le pesche degli alberi, che essendo giugno erano ancora lontane dall’essere mature. Ci siamo nutriti schiacciandole e mangiando la parte più interna e il nocciolo, che erano abbastanza molli. C’erano anche alcuni vecchi personaggi omerici che si avviavano da soli verso le linee dell’esercito di Bashar e venivano falciati dalle mitragliatrici. Ma la cosa più straordinaria è stata che all’imbrunire, quando è scesa la sera, tutto questo popolo si è fermato e ha pregato. E gli uomini di Abu Omar hanno incrociato due kalashnikov davanti alle fila dei combattenti per intonare una preghiera della guerra. Il canto modulato si è levato sui campi sui boschi per chiedere a Dio di vincere la guerra, di uccidere i loro nemici. Dopodiché questa gente si è avviata verso il nemico, ha sfondato le linee e incredibilmente è avanzata oltre i soldati.

Verso Homs

Siamo scesi verso Homs dall’altopiano. Io credo di aver pensato di sognare, che non fosse una scena reale. Nella notte stavamo camminando verso questa grande città, la città nella quale è iniziata la rivoluzione. Una parte della città era già stata distrutta dai bombardamenti ed era vuota, l’altra parte invece era ancora abitata e i combattimenti continuavano. Per uno strano e incredibile effetto ottico l’immensa distesa di queste case bianche si proiettava al contrario verso il cielo: una parte, quella distrutta, aveva la fissità e il silenzio di un cimitero, di una tomba, l’altra invece era tutta luce, scoppi, razzi e rumori. Siamo scesi verso la pianura di Homs. Camminavamo in mezzo a due colonne di fuoco circondati da ombre: la gente correva tenendosi bassa perché le mitragliatrici tiravano ad altezza uomo, inciampavamo sui morti, finché alla fine non siamo arrivati in una piccola città di cemento, una delle tante piccole orribili città della Siria, mal costruite, approssimative.

Come Ulisse

Dopo quella notte ci hanno riportato nella città in cui era iniziato il nostro viaggio, come in una sorta di Odissea. Ulisse va verso Itaca, vede la sua casa, la sua isola là in fondo, ma il Dio feroce, implacabile, il destino, si accanisce contro di lui e una tempesta lo ricaccia indietro e quella è la sua condanna. A noi è successa la stessa cosa. Tornati a Reabruc, la città da cui eravamo partiti, ci hanno venduto al gruppo di Al Faruk. Il vortice è ripreso perché dopo due giorni ci hanno detto che ci avrebbero portato verso nord, verso il confine con la Turchia, e che ci avrebbero liberato. Abbiamo trascorso due notti in viaggio su questi pick-up sulle strade di montagna, con gli autisti che ogni tanto guardavano con il cannocchiale a infrarossi se i militari preparassero agguati sulla strada. Dopo la seconda notte di viaggio al freddo dentro il cassone del pick-up, ricoperti di polvere, siamo arrivati nella zona di Idlib, dove ci hanno tenuto per altre tre o quattro settimane in una base militare. Eravamo sul fiume Oronte, in una zona in cui nella storia gli imperi si sono costruiti ma si sono anche sgretolati come quello degli Ittiti… Il capo dei sequestratori si faceva chiamare Abu Omar. Copre con una vernice islamista i suoi traffici, le sue attività illecite Noi lo chiamavamo l’infame.

La telefonata

Dopo il primo giorno di marcia questo Abu Omar era seduto come un pascià sotto un albero circondato dalla sua piccola corte di guerriglieri. Mi ha chiamato perché voleva che mi sedessi accanto a lui, voleva fingere di essere nostro amico per ingannare un po’ anche la gente che era lì intorno e che si chiedeva chi fossero questi due occidentali malvestiti e distrutti dopo due mesi di prigionia. Gli ho chiesto il telefono per chiamare casa, dicendo che i miei probabilmente pensavano che io fossi morto e che stava distruggendo la mia vita, la mia famiglia. Lui rideva. E mi mostrava il suo telefonino mentendo e dicendo che non c’era campo, che non si poteva telefonare. Non era vero. In quel momento un soldato dell’Esercito siriano libero, ferito alle gambe, ha tirato fuori dalla tasca dei suoi pantaloni un telefonino e me l’ha dato davanti a lui. È stato l’unico gesto di pietà umana che ho ricevuto nei 152 giorni. Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male. Sono riuscito a chiamare a casa solamente per 20 secondi, dopo quell’urlo disperato che ho sentito dall’altra parte, la linea è caduta.

La prigionia

Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.

I tentativi di fuga

La prima volta, il nostro custode probabilmente quella sera si era addormentato, siamo usciti dalla casa e ci siamo diretti verso delle luci,pensavamo fosse AlQusayr. Dopo duecento metri ci hanno ricatturati. La seconda volta invece, eravamo in un’altra località, nell’ultimo periodo della nostra detenzione. Abbiamo approfittato della distrazione di questi quattro ragazzi, che la sera spesso non badavano alle loro cose, ai loro giubbotti con i caricatori, ai kalashnikov, abbandonati vicino alla nostra stanza. Abbiamo preso due granate, pensando di utilizzarle per aprirci la strada. Le ho nascoste sotto un sofà distrutto. Pensavamo di sorprenderli, prender loro un telefonino, telefonare a casa, in Italia, per farci guidare in questa fuga. Purtroppo, o per fortuna, perché credo che un simile tentativo mi avrebbe creato enormi problemi morali, la cosa non è andata in porto. Ma una sera non hanno chiuso con la catena la porta della casa, siamo usciti, dopo aver preso i due kalashnikov, siamo fuggiti verso il confine di Bab al Hawa. Conoscevo quella zona, perché ci ero stato a gennaio.

Ridotto a merce Ci siamo nascosti in una specie di rudere nella campagna. Abbiamo cercato di attraversare il confine di notte, ma abbiamo scoperto che c’erano i campi minati. Siamo arrivati fino al filo spinato e siamo dovuti tornare indietro. Abbiamo fermato un’auto col kalashnikov, abbiamo chiesto al guidatore di portarci in un villaggiolì vicino. Ma c’era un posto di blocco.Ci hanno sparato, fermato e riportato verso la casa dove ci tenevano e ci hanno consegnato ai carcerieri per punirci. Ci hanno chiuso in una specie di sgabuzzino con le mani legate dietro la schiena, quasi incaprettati e ci hanno tenuti così per tre giorni. Il nostro valore era quello di una mercanzia. Non si può distruggere la mercanzia, se no si rischia di non ottenere più il suo prezzo. E ti senti veramente come un sacco di grano, un oggetto che vale in quanto vendibile. Ti possono prendere a calci ma non ti possono ammazzare perché se ti guastano troppo, o definitivamente, non ti possono più vendere. È l’orribile legge dell’ostaggio.

Le cose semplici della vita

Una volta ho parlato con Georges Malbrunot, giornalista del «Figaro» che è stato forse uno dei più celebri ostaggi, molti anni fa, durante la guerra Iraq-Iran. Credo che sia stato ostaggio quattro mesi, in condizioni forse addirittura peggiori delle mie, in una grotta. E raccontava questa depauperizzazione di tutto ciò che uno è, che sono le scarpe, i vestiti… Io sono stato cinque mesi senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. E poi l’impossibilità di fare tutte le cose che costituiscono la vita: camminare, muoversi, incontrare altre persone, scrivere leggere, guardare il paesaggio, sognare di fare delle cose che poi magari non fai, che sono il tuo modo di vivere. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo. Ho imparato il carattere straordinario di alcune cose semplici, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi vedere il sole, perché le finestrelle erano piccole e spesso c’era l’oscurità totale. Camminare, parlare con qualcuno che non fosse sempre questo mio compagno di sventura. E meno male che c’era, perché altrimenti sarei impazzito.

I carcerieri Erano di un gruppo che si professa islamista ma in realtà è formato da giovani sbandati che sono entrati nella rivoluzione perché la rivoluzione oramai è di questi gruppi che sono a metà tra il banditismo e il fanatismo. Seguono chi gli promette un futuro, gli dà le armi, la forza, gli versa il denaro per comprarsi i telefonini, computer, vestiti. Le Adidas sono estremamente diffuse in Siria, tutti hanno magliette Adidas, scarpe Adidas, sembra una specie di sponsorizzazione. Questi ragazzi vivono una vita di maschi, senza femmine, comunitaria in cui non fanno nulla e passano la giornata sdraiati sui materassi a bere mate. Credevo fosse una cosa sudamericana invece è estremamente diffuso in alcune zone della Siria. E fumano Marlboro originali americane che fanno arrivare dalla Turchia. Io sembravo più islamista di molti di loro perché non fumo e non bevo. E guardavano la televisione ma l’informazione era l’ultima cosa che gli interessava. Solo filmetti vagamente osé della televisione del Qatar o vecchi film egiziani sentimentali degli anni 50 in bianco e nero o gare di lotta, il wrestling americano oppure una terribile forma di lotta praticata nei paesi arabi in cui tutto è permesso…

Le finte esecuzioni

Per due volte hanno finto di mettermi al muro. Eravamo dalle parti di Al Qusayr. Uno si è avvicinato con la pistola e mi ha fatto vedere che la pistola era carica poi mi ha detto di mettere la testa contro al muro, mi ha avvicinato la pistola alla tempia. Lunghi momenti in cui ti vergogni… io mi ricordo la finta esecuzione di Dostoevskij… ti viene una rabbia perla paura che hai, senti che l’uomo che è vicino a te respira, trasuda il piacere di avere nelle sue mani un altro uomo e sentire che tu hai paura, e ti viene la rabbia perché tu hai paura. È un po’ come quando i bambini, che sono spesso terribilmente crudeli, strappano la coda alla lucertola o le zampe alle formiche. La stessa ferocia terribile.

Le trattative Per ridere di noi i nostri carcerieri ogni tanto ci dicevano «due o tre giorni, una settimana, e poi via liberi in Italia» per vedere poi la nostra disperazione… perché aggiungevano una parola… Inshallah… che è il loro modo di mentire senza avere il senso di mentire, inshallah, è successo… Dicevano continuamente «bukrah» che vuole dire domani… poi l’indomani non partiva nessuno. Un gioco veramente crudele, ma negli ultimi tempi quando ci dicevano così noi a nostra volta rispondevamo: «inshallah…» per far capire che avevamo capito. Alla fine, domenica, ho sentito che sarebbe stata la volta buona. Forse per bruciare le piste, abbiamo praticamente attraversato tutto il paese, fin quasi a Deir Azor, nel grande deserto siriano. Ci siamo fermati in una città di cui non saprei dire il nome e poi siamo tornati indietro rifacendo la stessa strada. Una sorta di depistaggio. E poi siamo stati liberati. E questa volta non era Inshallah. Ci hanno fatto scendere dalle macchine dall’altra parte del confine, dicendo di camminare. Confesso di aver pensato che ci avrebbero sparato nella schiena, era buio, era notte, domenica dopo il tramonto. Ho pensato che se avessi sentito il rumore del caricatore mi sarei buttato per terra. Ero sicuro che mi avrebbero eliminato, avevamo visto le loro facce, sapevamo i loro nomi. E invece nessuno ha caricato il kalashnikov. E poi ho sentito voci italiane. Inshallah, questa volta era la volta buona.

I libri

Io viaggio sempre con i libri, piuttosto rinuncio a tre ricambi di magliette. Questa volta ne avevo quattro. Due libri di un autore che sciaguratamente oggi è stato dimenticato, Erich Maria Remarque, due opere forse un po’ minori «Tempo di vivere, tempo di morire» e «La via del ritorno» che è la storia del ritorno di alcuni reduci tedeschi alla fine della prima guerra mondiale. Un po’ il simbolo anche della mia via del ritorno che non riuscivo a trovare. Norman Mailer, «Il nudo e il morto» e poi «Delitto e castigo» di Dostoevskij. Li ho letti e riletti. Posso raccontare tutti i personaggi, recitarli all’indietro. Li ho portati dietro di me con fatica perché pesavano, ho marciato con loro per due notti e per due giorni durante la ritirata di Al Qusayr. Me li hanno sequestrati l’ultimo giorno. I libri ti parlano. Ma per un certo periodo non mi hanno parlato più, scorrevano le parole, le storie i personaggi… Se farò altri viaggi del genere mi porterò sempre la «Recherche» di Proust, il «Don Chisciotte», libri lunghi, molto lunghi… aiuta.

La fede

In tutta questa esperienza c’è molto Dio. Pierre Piccinin è un credente. Io sono un credente. La mia è una fede molto semplice, la fede delle preghiere di quando ero bambino, dei preti che quando andavo a trovare mia nonna in campagna incrociavo mentre raggiungevano in bicicletta delle piccole parrocchie con gli scarponi da operaio e la borsa attaccata alla canna della bici, e portavano estreme unzioni, benedivano le case, con la fede dei preti di Bernanos, semplice ma profonda. La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere.È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito. Avevo anche un mio bloc notes e ogni giorno segnavo ciò che succedeva.L’avevo quasi finito, mancavano due pagine. L’ultimo giorno me l’hanno preso. Mi è servito soprattutto a tenere il conteggio dei mesi, dei giorni,perché se uno perde il senso del tempo affonda in un pozzo da cui non esce più.

Para pagar parte de su déficit España vende una cuarta parte de su patrimonio nacional. (Le Monde 26/08/2013)

leer la primera parte y ver el video de la televisión francesa en :  https://alteatequieroverde.wordpress.com/2013/09/03/el-10-del-parque-natural-de-los-alcornocales-en-andalucia-a-la-venta-los-pueblos-vecinos-rechazan-su-privatizacion-la-noticia-video-dada-al-norte-de-los-pireneos/

Alteatequieroverde traduce el articulo de» Le Monde» titulado

Pour combler ses déficits, l’Espagne vend un quart de son patrimoine national : http://www.lemonde.fr/economie/article/2013/08/26/pour-combler-ses-deficits-l-espagne-vend-un-quart-de-son-patrimoine-national_3466461_3234.html

Para hacer frente a las persistentes dificultades financieras – el déficit público supera los 70 mil millones de euros en 2012 – España ha decidido vender una cuarta parte de sus activos públicos, incluidos los grandes espacios naturales. Una de las joyas de este gran rastro público de más de 15.000 propiedades, que van desde edificios emblemáticos de las más bellas calles de Madrid a suelo no urbanizable en las lindes de autopistas o vías ferroviarias, a la finca de de la Amoraima en  Andalucía.

La propiedad es una pequeña joya, única en Europa. Cubre más de 14.000 hectáreas – se trata de una de las grandes haciendas que aún existen en el Viejo Continente – , el 90 % pertenece al Parque Natural de los Alcornocales , uno de los ejemplos más espectaculares del bosque mediterráneo primario . Se extiende desde la punta  de Tarifa, en la costa sur , a la Sierra de Grazalema , a unos cien kilómetros al norte , estas 170.000 hectáreas de parque también cuenta con la mayor formación de alcornoques en la Península Ibérica .

 

Su vegetación, que data de la era terciaria, es característica de la laurisilva , un tipo de bosque húmedo subtropical de olivo silvestre , laurel, fresno , algarrobos , palmeras enanas , rododendros o jaras , brezos o laburnum . Su fauna también es muy rica, con más de doscientas especies de vertebrados, incluyendo grandes colonias de ciervos, venados, jabalíes, gatos monteses, nutrias, águilas y buitres.

 

ECOLOGISTAS  Y AUTORIDADES LOCALES SE OPONEN A LA VENTA

 

El parque se extiende por las provincias de Cádiz y Málaga, una de las zonas más turísticas de España, y que ha resistido hasta ahora la presión de los promotores que han hormigonado las playas vecinas de la Costa del Sol.

 

Para facilitar la venta de la Almoraima , cuyo precio de mercado actual supera los 180 millones de euros, el gobierno aprobó un plan de desarrollo para el sitio, incluyendo el permiso para crear dos campos de golf y la construcción de un hotel de cinco estrellas y el aerodromo sine qua non para atraer a los ricos clientes rusos  o del Golfo acostumbrados a Marbella, el Saint- Tropez local.

 

El ministro de Agricultura y Medio Ambiente, Miguel Arias Cañete, dijo a principios de agosto que la venta podría ser lenta, pero que el estado estaba decidido a no seguir siendo el principal accionista de esta finca. El gobierno asegura que estará atento al perfil del comprador para preservar las características únicas del lugar, y que el desarrollo del negocio de turismo de lujo se hará principalmente en las tierras que se encuentran fuera del Parque Natural de los Alcornocales .

 

Pero los ecologistas y autoridades locales, quienes se oponen a la venta, creen que las áreas naturales sufrirán necesariamente si se privatizan. «Esperamos que la protección del parque natural será suficiente para detener las eventuales agresiones contra este lugar único , pero el hecho de que 1.300 hectáreas esten fuera del parque nos hace temer lo contrario», dice Juan Casanova Correa , Alcalde de Castellar la Frontera ,  pueblo que se encuentra en la Almoraima .

 

El ayuntamiento, gobernado por Izquierda Unida, se unió a los ecologistas locales y a los sindicatos que representan a las cientos de personas que trabajan durante el año en el campo de la Almoraima para exigir un modelo económico alternativo.

 

Ellos abogan por el desarrollo de la industria del corcho, la promoción de la agricultura ecológica y el turismo rural y la creación de un parque empresarial «verde». Se podría instalar una planta de biomasa , lo que generaría unos cincuenta puestos de trabajo adicionales .

 

Urbanización desenfrenada

 

“Estamos de acuerdo en promover la Finca, pero no queremos volver a la Edad Media y ser regidos por un nuevo señor, dijo el alcalde. Nos centramos en la agricultura ecológica, la transformación de productos agrícolas y, en definitiva, una visión más social, medioambiental y pública. “Sin embargo, reconoce que tiene pocas cartas para frenar el plan del gobierno y es probable que tendrán que transigir.

 

Otros proyectos polémicos, la reclasificación, por parte de  comunidades autónomas gobernadas por el Partido Popular, como Castilla -La Mancha, de los bosques públicos en  reservas de caza privadas para facilitar sus ventas.

 

Bosques de Castilla La Mancha. Foto Greenpeace

Estas ventas llegan cuando el gobierno central ha aprobado una nueva ley de Costa sembrada de controversia. Aprobada en mayo con los únicos votos del Partido Popular, la nueva Ley de costa prohíbe cualquier nueva construcción en la costa española. Pero también confirma la existencia de unos 125 000 casas o apartamentos y un millar de edificios comerciales e industriales construidos entre los años 1990 y 2000 con total desprecio de la ley.

 

Castilla La Mancha. Foto Greenpeace

Se reduce , por otra parte , de 100 y 20 metros la protección del litoral de la costa y pone en manos de alcaldes de  municipios sobre- endeudados – cuyos líderes a veces son procesados ​​por corrupción – la decisión de si debe o no urbanizar áreas limítrofes , con solo un derecho  de “mirada” por el Ministerio de Medio Ambiente.

 

Carcoma destructiva de la variedad Cospedalae

El gobierno cree que esta ley era necesaria para poner orden en el caos que reinaba, con muchos edificios que no tienen permisos o aprobaciones de construcción. Los ecologistas y la oposición ven, por su parte, la privatización de la costa, abriendo la puerta a una nueva fase de la especulación inmobiliaria y la urbanización desenfrenada.

Amish Mafia en Discovery MAX: La Verdad que no te contarán…

Como NO le van a contar que Amish Mafia es un espectáculo que no se pega a la verdad pero tergiversa la realidad social de los Amish, te hemos traducido la página de Wikipedia del norte americano al castellano. Ahora bien, si extrapolas esta tergiversación  a otros acontecimientos que han sido o son puestos en escena por los medios de comunicación de masa,   como la guerra civil de Siria, las guerras de Irak, Libia, Etc. o acerca de la idoneidad de la vacuna contra el H1N1, o el 11S, de la Crisis economica, de los bancos, de los Punsetes… quizás empecerás a dudar de lo que te cuentan y te darás cuenta que de la mañana hasta la noche no hacen otra cosa que manipularte a través de la publicidad , de los nodos demoniocraticos y de su falsa reality show. Alteatequieroverde.

Fuente: http://en.wikipedia.org/wiki/Amish_Mafia

 traducción wikipedia Amish Mafia: Alteatequieroverde

La veracidad de los acontecimientos descritos en el programa Amish Mafia- ha sido ampliamente cuestionada.  The New York Times señaló que «un crédito a principios advierte de la re-creación de escenas «, y ya que por adelante no vuelven a advertirnos que estamos viendo escenas re-creadas, es bastante seguro asumir que todo lo que se ve es re-creado” . Además, » un crédito de cierre aclara que » las re -creaciones se basan en relatos de testigos, testimonios y sobre la leyenda de la Mafia de Amish «. [ 31 ] No se sabe públicamente que  imágenes se basan en testimonios y cuales se basan en la leyenda .

El espectáculo ha sido también fuertemente criticad por los especialistas de los Amish . Donald Kraybill , profesor en  Elizabethtown College y destacado investigador del estilo de vida anabaptista , afirma: » Llamar este espectáculo unos documentales es una mentira fraudulenta» y » [ el programa] es sólo una muestra de ejemplo de la locura y la estupidez y las mentiras , tergiversaciones me atreverías decir – que se promueven [ sobre los amish ] en la televisión …. Estos equipos deberían avergonzarse al tratar de decir que representa la vida Amish » . [ 32 ] [ 33 ] Este punto de vista es compartido por Donald [ 34 ] Weaver – Zercher , profesor en la Messiah College y experto Amish Ha  inicialmente declarado que al ver el trailer de la serie: «Pensé que tal vez era una noche de sábado en vivo de sketch de televisión de reality-show, porque estaba muy [ descabellada ] . Tengo la sensación de que esta Mafia Amish es tan real como  la existencia real del Unicornio «. [ 34 ]

Un ex fiscal del condado de Lancaster dijo que su oficina no estaba al tanto de ningúna » Mafia de Amish «, y si hubiera habido, hubiera sido procesada para  terminar en los juzgados . [ 35 ] Durante un episodio, el narrador afirma que Líbano Levi fue arrestado la » policía del condado de Lancaster » . No existe tal entidad en el condado de Lancaster. [ 35 ] [ 36 ] En la serie, los propietarios de una tienda retratada que afirman haber pagado dinero para su protección a Líbano Levi niegan cualquier relación con él. [ 37 ] Varias fuentes coinciden en que la comunidad Amish no responderá para no dar credibilidad a la trama de la serie debido al hecho de que valoran su privacidad y normalmente no interactúan con los medios de comunicación . [ 38 ] [ 39 ]